l'idea di Dio

 

La prima parola della Bibbia è "Bereshit", che vuol dire "In principio": è evidente perciò l'importanza che assume il tempo nello studio delle Scritture. Già iniziare con la parola "in principio" suggerisce l'idea di un processo in mutamento, cioè dell'evoluzione.

Ma cominciamo da "in principio", appunto. Tutto ciò che esiste, tutta la creazione ebbe la sua nascita in quel lontano "giorno", secondo la Bibbia; tutto ciò che esiste e tutte le leggi che lo regolano, visto che senza la creazione alle quali applicarle non avrebbero senso neppure le leggi. Quindi abbiamo un prima e un dopo - cosa che giustifica il "bereshit" iniziale. Tutto nacque da quel momento iniziale e da quel punto iniziale.

Si sa che il punto è un'entità geometrica molto particolare: esiste ma non è misurabile, non ha dimensione; lo stesso si

può dire del momento: è sospeso fra il passato e il presente, ma solo questi due sono passibili di misurazione, e anche di concezione dalla nostra coscienza. Come dice S. Agostino: "Finché non mi chiedi che cos'è il tempo, credo di saperlo benissimo, ma appena me lo chiedi mi rendo conto di non saperne nulla".

È come se il punto e il momento iniziali fossero (e siano) a cavallo di due mondi: quello prima e quello dopo la creazione. Non possiamo però definire col nome di "tempo" e col nome di "spazio" ciò che c'era prima, altrimenti la creazione sarebbe già avvenuta e non ci troveremmo al suo inizio. Vi sono due termini per definire questo tempo e questo spazio: Eternità e Infinito. Essi non appartengono al nostro mondo, alla dimensione della creazione; tuttavia, per loro natura e per il significato che hanno, non sono terminati: sono tuttora presenti. Solo che non appartengono alla creazione: sono i termini della dimensione di Dio, il Creatore, che da lì, dall'Eternità e dall'Infinito, "emana da sé" (v/ "barà"), come dice il verbo della Genesi che esamineremo a breve, l'Universo.

 

Eternità => Momento iniziale => Tempo

Infinito => Punto iniziale => Spazio    

 

Questa breve disamina delle prime due parole della Genesi ("Bereshit barà"), già ci dà delle nozioni essenziali: non esiste un Dio che si trova da qualche parte, sia esso il cielo o cosa si intenda per esso. Il Creatore (di solito tradotto con "Dio") è sempre e ovunque, eterno e infinito, e non può appartenere alla creazione, essendone Egli il Creatore. Tuttavia Egli è nella creazione, in quanto l'Eterno e l'Infinito non può essere escluso da alcunché. Tutta la filosofia, a partire dai grandi pensatori della Grecia antica, si sono arrovellati intorno all'esistenza, alla relazione e ai limiti fra physis (l'universo materiale) e arché (l'essenza che invade il tutto); non possiamo comprendere la spiritualità, e neppure il Cristianesimo, se non concepiamo la differenza fra Eterno e Infinito, da una parte, e tempo e spazio dall'altra.

 

L'uomo moderno, in effetti, si trova davanti ad una contraddizione: da una parte se segue la logica si rende conto della necessità dell'assoluto (essere), dall'altra la sua percezione avverte solo ciò che appare come relativo (divenire). L’esoterismo più avanzato distingue fra l’Assoluto, al di sopra eppure dentro Tutto, e Dio, il Creatore che, alla fine, è anch’Esso in evoluzione, sia pure ad una dimensione per noi inconoscibile.

Che ci debba essere un Creatore, un Legislatore, lo abbiamo già visto. Se nel tentativo di conoscerlo identifichiamo Dio con l'Assoluto, qualsiasi descrizione umana sarebbe destinata a cadere per sua natura nello spazio e nel tempo, ossia nella relatività, la quale è l'opposto dell'assoluto. Eppure, se l'Assoluto esiste, non può prescindere da tutto quanto esiste: spazio e tempo compresi, altrimenti non sarebbe più l'Unità assoluta. Questa incongruenza diventa però apparente se ci rendiamo conto che la relatività non è una descrizione della realtà, se non nei limiti della nostra illusoria capacità limitata di comprensione e percezione. È il mistero descritto da Giovanni nel suo Vangelo: "In principio", quando cioè nacque il tempo e perciò la creazione, "era il Verbo", e il Verbo "era presso Dio", ma contemporaneamente "il Verbo era Dio".

Per noi è impossibile concepire l'Assoluto, nonostante logicamente Esso ci concepisca; definiamo "Dio" l'Uno, il primo Essere generato, che Giovanni chiama il "Verbo", l'Essere che legifera, che regge l'universo reale che però noi, nella nostra visione dialettica conseguente alla percezione mediata, percepiamo e concepiamo illusoriamente. L'unica realtà dell'universo è Dio, il Quale "È Colui che È", ma noi scambiamo l'illusorio che comprendiamo con il reale che non comprendiamo, e gli attribuiamo i valori assoluti che invece non possiede, pur essendo Egli l'Onnisfera che comprende tutte le altre sfere.

Lo Spirito Universale è l'idea che possiamo farci dell'Unità assoluta. In quanto Assoluto è sempre stato e sempre sarà, fuori dal tempo e dallo spazio. Quando si manifesta la creazione, lo possiamo concepire dalla parte della creazione sotto forma di due polarità che agiscono simultaneamente l'una sull'altra: la polarità positiva, che chiamiamo col sacro nome di Dio, e la polarità negativa, che è composta dall'insieme degli atomi indistinti che compongono lo spazio, e che chiamiamo sostanza-radice (e che la scienza moderna sembra avere scoperto, chiamandola radiazione fossile). Dio e la sostanza-radice precedono la creazione e la provocano, messa in moto dalle facoltà divine di Volontà, Saggezza e Attività. La scienza materialista si sta arrovellando nella ricerca della particella ultima, ma non potrà trovarla nella direzione della sua ricerca, se non si rivolgerà alle dimensioni superfisiche, poiché la "particella ultima" è quella che fa da base della sostanza-radice, che altro non è che la sostanza del periodo di Saturno.

Vita e Coscienza sono attributi di Dio, il Moto senza il quale la sostanza non si manifesta è il primo attributo della sostanza-radice a partire dal Fiat creatore emesso da Dio su di essa. Il differente tasso vibratorio che caratterizza questo moto dà origine ai diversi piani di manifestazione, dando forma alla sostanza mentale, alla sostanza astrale, alla sostanza eterea e infine alla sostanza fisica: la materia, con un graduale rallentamento del tasso vibratorio stesso. Ma tutto nasce dalla prima distinzione dell'Assoluto nelle due polarità: dallo 0 all'1-2. L'1-2 che aspira al ritorno allo 0. Non è quindi la somma tra 1 e 2 che può ricondurre a Dio, e neppure la loro sottrazione, entrambe non fanno 0: queste operazioni rimangono fatalmente nella sfera quantitativa della manifestazione, dell'illusorietà; ma piuttosto il loro annullamento nella dimensione ad esse superiore da cui provengono (e che già contengono in sé).

 

Usando un linguaggio teologico, possiamo dire che mentre di Dio si possono discutere tutte le qualità in positivo (metodo "catafàtico") parlando dell'Assoluto è possibile solo discuterne su ciò che non è (metodo "apofàtico"). Possiamo solo pensare che l'Unità assoluta comprenda in Sé tutto quanto esiste e non esiste - non può essere diversamente - e che noi distinguiamo, illusoriamente, l'esistenza dalla non esistenza, il Creatore dalla creazione, l'1-2 dallo 0. In questo esercizio noi, esseri spazio-temporali, vediamo lo svolgersi del tempo, e osserviamo il suo scorrere tra passato e futuro. In Dio, però, esiste solo il presente, e passato e futuro - il nostro tempo - sono solo le illusioni che noi scambiamo per realtà. Il fatto che, più o meno, tutti percepiamo illusoriamente la stessa impressione, non contraddice tale affermazione, perché ci identifichiamo dapprima di tutto nello scaglione di vita e nei piani ed esperienza collettivamente attraversati, e solo dopo in noi stessi individualmente. Uno sviluppo avanzato dal punto di vista spirituale potrà farci avvicinare all'idea e alla natura di Dio, e quando recupereremo i piani più elevati anche le illusioni del tempo e dello spazio cominceranno a perdere la loro presa sulla nostra consapevolezza, e ci identificheremo sempre più con l'eternità di Dio.

Lo scopo dello spazio-tempo, e perciò dei diversi piani e dei diversi scaglioni di vita, è quello di risvegliare la nostra consapevolezza in modo da trasformarci da creature a creatori. Ma noi già siamo, in nuce, creatori, perché siamo in Dio, solo che non lo sappiamo. "Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato", dice ancora Giovanni; ecco che allora noi dobbiamo far crescere il Cristo interiore, il Figlio dell'uomo, se vogliamo innalzarci fino alla dimensione spirituale e accedere alla rivelazione.

 

Un'immagine che ci possiamo fare di Dio è quella del contadino, che ha con sé diversi semi di diversa natura. Prima di poterli seminare, egli deve trovare il terreno adatto, e poi deve lavorarlo. Ogni seme ha bisogno di una lavorazione diversa, di un clima diverso, di un terreno diverso: per esposizione, composizione, temperatura, umidità, ecc.; e ogni seme ha una sua differente stagione di semina. Finalmente, quando i terreni sono pronti, il contadino provvede a seminare i semi, e a curarne la crescita, fino alla fine dell'anno agrario. Da ogni nuovo raccolto nuovi semi sono prodotti, che il contadino trattiene con sé fino all'anno agrario successivo.

Allo stesso modo, Dio/contadino, l'Architetto dell'Universo, ha in Sé i semi (gli atomi-seme), e quando ha preparato la sostanza-radice/terreno può immetterli nell'evoluzione, ciascuno secondo la propria natura e le proprie esigenze e facoltà; dagli Elohim più elevati allo scaglione di vita che ora abita il regno minerale.

 

Il Dio che crea la natura e l'uomo al di fuori di Sé, ed è distinto da essa, è perciò solo quel Dio delle religioni che viene presentato a menti non ancora spiritualmente mature. Solo superando questa concezione sarà possibile ristabilire e riconciliare l'uomo moderno con l'idea di Dio, e perciò in definitiva con se stesso. Predicare un Dio esterno che agisce condannando o premiando è il modo migliore per far crescere l'ateismo; in realtà noi siamo "in" Dio, la cui Volontà-forza, la cui Saggezza-amore e il cui Movimento-vita manifestano, regolano e sostengono l'universo. Come troviamo scritto in Atti 17, 28, "in Dio viviamo, ci muoviamo, e siamo".

[dal libro: Cristianesimo Interiore]